Il mio teatro

Andare a teatro o leggere un libro è un crescere da uomini, da cittadini, un capire il mondo, un conoscere l’infinita quantità di cose che ignoriamo, cioè un continuo arricchimento. (Andrea Camilleri)

Rosamara è la storia di due donne in epoche diverse. Rosa, siciliana, emigra in America nei primi del Novecento, mentre Amara, giovane abissina, lascia il suo Paese oggi in cerca di una vita migliore. Un dialogo femminile che culmina in uno spazio onirico e senza tempo. La salvezza di Amara è il suo strabismo, mentre Rosa è tormentata dal pensiero fisso per suo figlio Salvatore.  Due storie di donne che, a distanza di un secolo, affrontano le stesse problematiche dell’emigrazione e la disuguaglianza che colpisce l’universo femminile. La regia è di Saba Anglana, Antonella De Angelis, Tiziana Di Tonno e Alessandra Portinari. Il testo è di Roberto Melchiorre, interpretato da Tiziana Di Tonno e Saba Anglana, che hanno saputo cogliere gli aspetti salienti di Rosa e Amara, ascoltando le storie di donne di ieri e oggi. L’Orchestra Femminile del Mediterraneo, diretta da Antonella De Angelis, è un terzo protagonista, creando atmosfere magiche con suoni tipici del Sud del mondo. L’orchestra esegue brani di Arvo Part, Giovanni Sollima, Saba Anglana e Fabio Barovero, con arrangiamenti di Antonella De Angelis e Walter Gaeta. Le scenografie sono di Francesco Vitelli. 

Il melo selvatico

Un’indagine su una sorta di naufragio, inteso come risultato di una catastrofe sì naturale, ma anche sociale ed economica.
“Le città sono fatte dagli uomini, gli uomini sono mortali, di conseguenza anche le città sono mortali”.
La messa in scena indaga sulla condizione di sospensione che gli abitanti e i luoghi subiscono a seguito di un evento straordinario e catastrofico. E’ un viaggio attraverso la perdita della propria identità e la ricerca della stessa, anche sotto una nuova forma. Lo spettacolo ragiona sui temi legati alla distruzione e possibile ricostruzione di una città, distaccandosi da esempi reali e portando l’argomento trattato su un piano universale.
E’ il racconto di uno smarrimento di due personaggi che si aggirano alla ricerca di una meta – forse la loro città – e quando la trovano, capiscono che non è più la città dei loro ricordi, ma un nuovo oggetto che va esplorato, compreso e reinventato in modo diverso.

Liberamente ispirato al Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov (trad. di rifermento V. Drisdo, Einaudi 2014). Prima rappresentazione 22 maggio 2022, produzione Teatro Immediato, Pescara. Adattamento e regia di Edoardo Oliva con Edoardo Oliva e Sofia
Ponente. Scenografia di Francesco Vitelli, foto di scena di Carlo Pavone.

L’amore è un castigo dal capolavoro di Yourcenar

“L'amore è un castigo” quasi un'intervista impossibile calviniana dove a confrontarsi in un'agorà mistica e onirica (unico elemento realistico un baule di ricordi centrale come ago della bilancia), su un ring trasognato e fumoso, sono Marguerite Yourcenar, deus ex machina, e Adriano che l'autrice francese ha reso immortale raccontando le sue Memorie. Niente a che vedere con la celebre interpretazione di Albertazzi a Tivoli. Qui siamo nell'ambito dell'intimità, del sussurro. Il titolo è preso in prestito da una poesia della stessa scrittrice, teso a delineare lo strazio dell'amore perduto. Marguerite (Susanna Costaglione sofferta e abile contraltare) e Adriano (un Oliva che dosa forza e sensibilità) si ritrovano in questa nuvola-limbo scandita dal ticchettio di un orologio, lei davanti ad uno specchio borghese a riflettere le sue sfaccettature, lui dentro un riquadro di neon (l'idea illuminante di Vitelli, che è già drammaturgia), porta, catafalco e anfratto nero dove la sua figura prende forma in una coreografia seduta dai movimenti minimali, l'Imperatore emerge quasi come fosse nuovamente partorito, perla che esce dalla vongola, farfalla che spunta dal bozzolo, un non finito michelangiolesco, Minotauro che compare finalmente fuori dal labirinto.

La Storia in scena

Il generale  è un monologo ambientato nel marzo del 1945, in una stanza dell’ospedale militare allestito presso il Liceo Virgilio di Roma, dove il generale Mario Roatta si prepara a lasciare la propria prigionia. In questo tempo sospeso, scandito da gesti quotidiani – vestirsi, radersi, prepararsi alla partenza – il protagonista ripercorre la propria carriera, dando forma a un racconto che attraversa alcune delle pagine più dure della storia militare italiana. Dalla direzione del SIM alle operazioni di intelligence, dalle guerre coloniali in Cirenaica ed Etiopia fino alla repressione nei Balcani, il generale rievoca azioni, ordini e strategie con una lucidità che non cerca giustificazioni ma si fonda sull’obbedienza, sull’efficacia e sulla logica del potere. Il testo si costruisce come una lunga confessione priva di mediazioni, in cui memoria personale e documenti ufficiali si intrecciano: circolari, telegrammi e disposizioni militari emergono direttamente nel flusso del discorso, restituendo la concretezza di un sistema fondato sul controllo, sull’informazione e sulla violenza. In questo quadro, il protagonista si definisce attraverso una consapevolezza assoluta del proprio ruolo: chi sa, comanda; chi possiede le informazioni esercita un potere che supera quello delle armi. La narrazione procede così per accumulo, attraversando episodi di guerra, repressioni, sconfitte e decisioni strategiche, fino agli eventi dell’8 settembre e all’abbandono di Roma, rievocati come scelte necessarie in un contesto di caos e disfacimento. Accanto alla dimensione pubblica e militare, emerge una linea privata che introduce un contrasto continuo: il rapporto con la moglie Ines e con il figlio, evocati attraverso una telefonata, restituisce un’immagine domestica e affettiva che convive senza soluzione di continuità con la brutalità delle azioni narrate. Questa compresenza non attenua ma accentua la tensione del testo, mostrando la coesistenza di normalità e violenza all’interno della stessa voce. L’azione scenica si sviluppa in uno spazio unico e in un tempo unitario, coincidente con la preparazione alla fuga. Gli oggetti – abiti, telefono, bicchiere, valigia – diventano elementi concreti che accompagnano e sostengono il racconto, mentre il linguaggio, diretto e incisivo, alterna il registro tecnico-militare a momenti di intimità, mantenendo un ritmo serrato e continuo.