
L'incipit
Il Castello
Il Liceo “Leonardo da Vinci” sorgeva in cima al colle, saldo e immutabile. Dominava la città con la naturale autorità delle costruzioni nate per essere viste da lontano, e nessuno poteva evitare di alzare lo sguardo, soffermandosi sul suo profilo anche solo per un istante. Per tutti era il Castello. Non serviva spiegarne il motivo: le facciate massicce color pietra, le finestre strette e regolari, il portone ad arco che sembrava decidere chi fosse degno di varcarlo, e una torretta merlata che dava l’impressione di sorvegliare tutta la vallata. La sua storia era fatta di diverse stagioni. All’inizio del Novecento era stato un palazzo nobiliare, abitato da una famiglia che voleva dominare sulla città con quella dimora principesca, almeno quanto desiderava farlo nelle stanze del potere e nei salotti dell’alta società. Poi, tra le due guerre del secolo scorso, decaduti i nobili proprietari a causa di affari sbagliati, debiti di gioco e amori dispendiosi, il palazzo era stato acquistato dallo Stato che lo aveva adibito ad ospedale militare. Dagli ampi saloni erano state ricavate le camerate per ospitare i ricoverati, le stanze più luminose erano state trasformate in ambulatori dove periodicamente decine di giovani si sottoponevano alla visita di leva. In quegli stessi ambienti, dove un tempo si erano tenuti ricevimenti e balli, rimase a lungo un odore indefinibile di disinfettante e cera, che sembrava non andarsene mai del tutto. Al piano superiore, gli uffici gestivano documenti, registri e comunicazioni, con la precisione e la lentezza di quelli comunali. Il palazzo, così, per decenni conservò un’aria composta, regolare, dove ogni movimento era scandito dall’abitudine più che dall’urgenza. Negli anni Sessanta del secolo scorso era arrivata un’importante ristrutturazione che aveva trasformato il Castello in una scuola, con interventi più pratici che eleganti ma sufficienti a inaugurare la sua nuova identità: quella del liceo più ambito della città, secondo solo al classico, situato dall’altra parte del centro. Una competizione antica, un continuo confrontarsi nelle iniziative culturali come nei premi indetti dal Ministero, nella didattica come nello sport. Ai piedi dell’edificio si estendeva un parco ampio, un po’ irregolare, dove querce e platani gettavano ombre dense che cambiavano forma e luce durante il giorno. Un tempo era stato soprattutto il ritrovo di giovani coppie in cerca di un angolo appartato: panchine nascoste, sentieri di ghiaia, qualche scorcio protetto dagli alberi. Da anni, però, aveva cambiato pubblico. A popolarlo erano perlopiù badanti dell’Est che passeggiavano lentamente, ma senza mai smettere di chiacchierare tra di loro o con gli anziani di cui si occupavano; poi baby-sitter e pensionati, spesso accompagnati da cani più o meno obbedienti, frequentatori che usavano quello spazio verde come territorio neutrale in cui far sfogare bambini e animali. L’atmosfera domestica, tranquilla, conservava comunque ancora, sotto la superficie, un’eco lontana di ciò che era stato. Il Castello, quindi, con il suo parco e le sue metamorfosi architettoniche, continuava a vegliare sulla città: immobile solo in apparenza, in realtà pronto ad aprire un altro anno scolastico, a riempirsi nuovamente di quasi mille studenti e ad aggiungere un’altra stagione alla sua lunga storia.